San Paolo Apostolo

LA VITA DI SAN PAOLO E’ COME UNA CORSA
Gianfranco Ravasi Cardinale arcivescovo e biblista
San Paolo Apostolo

Tempo fa in questa nostra serie di storie di vocazioni abbiamo introdotto una delle scene più celebri, quella della chiamata di Saulo/Paolo sulla via di Damasco. Vorremmo ora riprenderla ma secondo una caratteristica particolare, cioè dall’angolo di visuale del crepuscolo della vita dell’Apostolo. È lui stesso che, scrivendo all’amato discepolo Timoteo, getta uno sguardo retrospettivo alla sua vicenda autobiografica cristiana che era partita in un giorno imprecisato fra il 33 e il 35 d.C. Quella data era stata come una sorgente dalla quale si era diramato il fiume della sua vocazione.

Un fiume tutt’altro che placido e privo di anse, ma che ora Paolo contempla con serenità. Ecco le sue parole, simili a un testamento: «È ora il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia. Ho terminato la corsa. Ho conservato la fede» (2Timoteo 4,6-7). Egli è consapevole di essere giunto all’estuario della vita: è il momento dell’análysis che, in greco, significa sia lo sciogliere le vele per salpare verso il mare aperto e infinito, sia il levare le tende da parte del nomade alla ricerca di nuove mete e pascoli.

Paolo sente che per lui ormai si apre il viaggio verso l’oceano di luce dell’eternità e verso l’abbraccio con quel Cristo che ha tanto amato e testimoniato. Le due immagini che egli usa per descrivere la sua vocazione e missione ormai compiuta confermano questa donazione integrale a Gesù. Il primo è un simbolo militare, quello del soldato che ha «combattuto la buona/bella [in greco c’è kalón] battaglia». Nei suoi scritti non di rado l’Apostolo ha usato la metafora dell’armatura per indicare l’impegno del cristiano nella lotta contro il male (Efesini 6,10-17, ad esempio).

L’altra immagine è, invece, sportiva e rimanda alla corsa nello stadio che si concludeva con la premiazione. Già nella Prima Lettera ai Corinzi Paolo l’aveva appaiata a quella del pugilato: «Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo!… Io corro, ma non come chi non ha meta. Faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria… perché non mi succeda di essere squalificato» (9,24-27). E ai Filippesi ripeteva: «Io corro verso la meta per raggiungere il premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (3,14).

La frase finale della Lettera rivolta a Timoteo è, però, il suggello perfetto dell’adempimento di una missione. Nella corsa per essere fedele alla propria vocazione di apostolo di Cristo, Paolo ha sempre tenuto alta la fiaccola della fede: «Ho terminato la corsa, ho conservato la fede». In greco, se il lettore prova a ripeterla, questa frase è in rima: “Tòn drómon tetéleka, tèn pístin tetéreka”. Lo sguardo ormai è proteso oltre la storia, quando sorgerà l’aurora dell’“epifania” del Signore.

È quella manifestazione finale di Cristo che accoglierà Paolo e, con il suo premio (la corona), confermerà la verità della confessione autobiografica del suo apostolo e di tutti coloro che hanno vissuto in pienezza la vocazione cristiana: «Ora mi rimane la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà, e non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua epifania » (4,8).

L’altra immagine è, invece, sportiva e rimanda alla corsa nello stadio che si concludeva con la premiazione. Già nella Prima Lettera ai Corinzi Paolo l’aveva appaiata a quella del pugilato: «Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo!… Io corro, ma non come chi non ha meta. Faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria… perché non mi succeda di essere squalificato» (9,24-27). E ai Filippesi ripeteva: «Io corro verso la meta per raggiungere il premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (3,14).

da: Famiglia Cristiana

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