Crea sito

VITA CONSACRATA

 

CONCETTO E PRASSI DELLA VITA CONSACRATA IN DON ALBERIONE
Don Teófilo Pérez, ssp Roma, 7 gennaio 2012

 

0. Le basi di partenza

Per presentare in forma riassuntiva il pensiero e le decisioni operative del nostro beato Don Giacomo Alberione circa la vita religiosa (o consacrata), possiamo partire da due presupposti di base, come due pilastri che sostengono tutto l’edificio di questo nostro discorso (che, sia chiaro fin dal principio, non cerca di presentare delle novità ma di ribadire cose già note). I due pilastri sono semplicemente:

1° le dichiarazioni di Don Alberione riguardo alla vita religiosa e le diverse sue componenti (diremmo la parte teorica, dottrinale, i parametri ideali che egli riesce a costruire); e

2° l’innegabile protagonismo che egli ha avuto nel rinnovamento della vita consacrata con la sua opera di Fondatore. Vale a dire, pensare e attuare interagendo, come il ritmo binario del cuore o la base del noto sistema binario usato ad esempio nell’informatica. I due aspetti sono intrecciati inscindibilmente, fino a poter chiederci se Don Alberione faceva perché pensava (e certamente non agiva a vanvera) o pensava perché faceva (giacché dalla realtà egli traeva nuovi spunti e sviluppi per la propria riflessione). 1 Perciò considereremo i due versanti quasi per modum unius, passando con molta facilità dall’uno all’altro.

--------------------------------

1 Il modo tipico di questa alternanza ce lo descrive lo stesso Fondatore molto graficamente: «Avveniva talvolta che occorresse una maturazione delle cose da fare. Il Signore disponeva un breve periodo di letto: dopo essersi chiuso in camera per una o due giornate, ne usciva rinfrancato, presentava al Direttore spirituale i progetti (correggeva, accresceva, secondo il caso), se occorreva all’Autorità ecclesiastica, e si metteva mano alle iniziative» (AD 47).

1

Incominciamo sottolineando il secondo elemento, capovolgendo in certo modo l’ordine logico delle suddette basi: ci piazziamo sulla linea dell’attuare. Don Alberione è stato un protagonista del rinnovamento della vita religiosa, non principalmente in campo teorico ma in quello concreto, con la sua opera fondazionale. Egli si è mosso nel terreno delle realizzazioni più che in quello delle teorizzazioni,2 pur avendo necessariamente a sostegno della sua prassi un pensiero consistente, di spessore e di sicura portata dottrinale circa il fenomeno ecclesiale della vita religiosa in continuo rinnovo secondo le necessità dei tempi: ha adoperato la parola “aggiornamento” diversi anni prima che passassi ad essere un termine comune nel linguaggio ecclesiale; così come ha fatto ampio uso della fecondissima espressione “segni dei tempi” letta nel vangelo di Matteo (16,4) o l’equivalente “oggi” quasi martellato in continuità. E parimenti si è mantenuto constante nel rilevare certi elementi-base, ben convinto che –in frase di Levy Strauss– “la stabilità non è meno misteriosa del cambiamento”, e perciò va curata. L’arco di tempo della sua opera fondazionale è lunghissimo: da 1914 (stando alle date ormai tradizionali), 1915, 1924, 1938, 1959 –anni in cui nascono rispettivamente la Società San Paolo, le Figlie di San Paolo, le Pie Discepole, le Pastorelle, le Apostoline– fino a 1960, l’anno degli Istituti di vita consacrata secolare paolina: quasi mezzo secolo di attività fondatrice all’insegna di un progetto unitario di Famiglia. Evidentemente, un uomo che è capace di dare vita a cinque congregazioni religiose e a quattro istituti di vita consacrata secolare, per forza deve avere delle idee vigorose su tale genere di vita: non ha potuto costruire una simile opera muovendosi a zonzo, ma nemmeno disegnandola a tavolino. Difatti, al pari tempo in cui faceva nascere e crescere la sua opera fondazionale, ha riflettuto in continuità per inserirvi elementi (come delle scintille conformanti la costellazione attorno alla luce centrale del carisma) che servissero a rinforzare le basi e le motivazioni profonde del genere di vita abbracciato dai suoi figli e figlie, dietro al suo esempio e seguendone il suo stimolo trainante: egli ha dato forza al concetto di Famiglia, al concetto di pluriorganizzazione, al ruolo della donna associata al ministero sacerdotale (su questi punti torneremo dopo, anche se quasi con semplici accenni), indirizzando il tutto decisamente all’apostolato. Si è avuto così un vicendevole influsso tra la prassi e la teoria, diremmo tra l’essere e il dover essere (o il voler essere di più: “mi protendo in avanti!”), avverandosi il conosciuto asserto: “la migliore pratica è una buona teoria”, aggiungendovi però che la buona teoria è tale se produce una buona linea pratica e non si riduce a qualcosa di evanescente. Ciò gli ha obbligato a forzare e perfino a rompere la tendenza imposta del suo tempo, che considerava lo “stato religioso” pensato (talvolta, se non già generalmente) in maniera un po’ astratta –nonché alquanto statica, quasi fossilizzata–, senza relazione stretta con la finalità precisa dell’Istituto (anche su questo punto dovremo ritornarci più in particolare).3

------------------------------------------

2 Don Alberione non ha scritto un vero e proprio “trattato sulla vita religiosa”, ma ha lasciato una imponente mole del suo pensiero al riguardo nella ininterrotta catechesi sviluppata –magari a piccole dosi– in istruzioni, meditazioni, tracce per i Ritiri, gli Esercizi, ecc. 3 In terminologia canonica del tempo, Don Alberione ha sottolineato decisamente il fine specifico, non a scapito bensì come rinforzamento del fine generale: la santità viene raggiunta nella misura in cui si esercita l’apostolato; si sbocca così nella terza via o vita mista, che abbraccia sia l’aspetto contemplativo che quello attivo. – Col Vaticano II si aprirà una nuova comprensione della vita religiosa nella Chiesa, rilevando le dimensioni misterica, carismatica, sacramentale, comunitaria, escatologica, missionaria e di impegno col mondo contemporaneo… forse è mancata in parte quella profetica; comunque la riflessione teologica –a giudizio di Karl Rahner– è rimasta spalancata in modo da conciliare i possibili contrasti.

2

1. PERCORSO FONDAZIONALE ALL’INSEGNA DELLA VITA CONSACRATA

Don Alberione è partito, come ci racconta egli stesso (cf. AD 15), dall’intuizione esplosiva ed espansiva che gli ha fatto sentirsi «profondamente obbligato a far qualcosa per il Signore e gli uomini» suoi contemporanei (notiamo subito la forza o preminenza del “fare”).4 Tutto il suo travaglio, affidato alla preghiera, alla riflessione e all’osservazione della realtà circostante, consisterà nel trovare il modo di far atterrare, di rendere concreta tale intuizione o impulso dello Spirito. Per diversi anni starà cercando di realizzare quell’embrione di piano che gli era balenato con estrema chiarezza ed urgenza nella notte tra i due secoli (XIX e XX). Si sentiva chiamato, spinto, ed era disposto a «fare qualcosa per il Signore e per gli uomini suoi contemporanei» (AD 15), ma che cosa in concreto? Le sue ansie erano sconfinate: «che nuovi apostoli risanassero le leggi, la scuola, la letteratura, la stampa, i costumi; che la Chiesa avesse un nuovo slancio missionario; che fossero bene usati i nuovi mezzi di apostolato; che la società accogliesse i grandi insegnamenti delle encicliche di Leone XIII… specialmente riguardanti le questioni sociali» (AD 19). Ovviamente tutto questo immenso bagaglio non poteva caricarselo sulle sue deboli spalle, aveva bisogno di appoggi. Si, lui voleva servire la Chiesa e gli uomini del nuovo secolo, ma con chi e come? Innanzitutto ha sperimentato fin dal principio, con molta chiarezza, “la propria nullità” (cf. AD 16), piantando quindi fermamente la base dell’umiltà, del riconoscimento dell’ina-deguatezza personale di fronte all’ampio orizzonte che gli si apriva davanti. In concomitanza però sentiva la spinta che gli veniva dall’aiuto del Signore, percepito attivamente presente nell’Eucaristia, assicurando la sua continuità perenne: «vobiscum sum usque ad consumationem saeculi» (cf. ivi), una presenza che coinvolgeva altre persone, con le quali occorreva operare. «Nel 1908 – nota Don Alberione – ho sentito questo invito dal mio direttore spirituale: “Ricorda sempre: Annuerunt sociis, bisogna cercare l’aiuto di persone”». Ecco l’idea dell’associazione, dell’organizzazione: tutto un campo da scoprire, coltivare e conquistare cominciando dalla cerchia dei compagni che il giovane prete aveva nel suo intorno e cercando di allargarla a tante «anime generose che – nel futuro – avrebbero sentito quanto egli sentiva» (AD 17). Intanto occorreva subito affidarsi alla collaborazione di persone che pregassero preparando la piattaforma dell’opera nascitura.5 Le piccole luci per ripercorrere la strada intravista si accenderanno gradatamente, benché occorra camminare certi tratti a tastoni aspettando il bagliore della prossima lampadina. La marcia verso l’ideale inizierà –supposto sempre il serio e prolungato sforzo di preparazione– allorché arriverà «il tocco di campana», segnando «l’ora di Dio» (AD 30), a più riprese. Accanto alla domanda “con chi”, l’altra –sul “come”–, aveva già avuto certi fasci di luce, a partire dalle necessità della Chiesa, tra le quali spiccava il fare “buon uso dei nuovi mezzi”, opponendo stampa a stampa, risanandola, per far penetrare il Vangelo nelle masse. Perciò Don Alberione continua a pensare «ad un’organizzazione cattolica di scrittori, tecnici, librai, rivenditori cattolici, e dare loro indirizzo, lavoro, spirito d’apostolato» (AD 23). Forse queste persone già esistevano e stavano lavorando per l’apostolato, ma isolatamente o talvolta raggruppate in maniera poco organica e in ambiti piccoli, locali, oppure di categoria ristretta; forse stavano applicando le proprie forze su punti meno nevralgici del tessuto sociale. Si trattava invece di raggrupparle per un apostolato continuativo, generale, in ogni direzione

-----------------------------

4 Sorprende rilevare come dall’intensità di vita nel giovane chierico Alberione non ci siano spinte all’intimismo (benché il risvolto interiore sia stato da lui diligentemente e vigorosamente coltivato) ma soprattutto si registri un inarrestabile slancio verso l’azione a favore degli altri (“gli uomini del nuovo secolo”: AD 20), con una attenzione solerte al contesto storico e congiunturale del periodo. Egli sente non soltanto una chiamata personalizzata, ma l’invito di Cristo che dall’Ostia chiama tutti: «Venite ad me omnes» (cf. AD 15). 5 «Mi sono lasciato guidare da quello che sempre mi diceva il mio Direttore spirituale: “Prima di far delle opere, assicurarsi un gruppo proporzionato di anime che preghino e, se necessario, si immolino per le opere stesse; se vuoi che siano vitali”» (AD 281).

3

possibile e sotto il segno dell’oggi. «È un idea –scrive Agasso– che passando il tempo e crescendo le speranze, gli si va sbriciolando tra le mani. Giacomo Alberione sente che queste associazioni di volonterosi e di generosi non sono lo strumento adatto agli scopi suoi. Non durano o, almeno, non durano con la stessa tensione, perché non ci si gioca la vita» (Don Alberione, editore per Dio, 56). E allora, ecco la scoperta: «Verso il 1910 fece un passo definitivo. Vide in una maggior luce: scrittori, tecnici, propagandisti, ma religiosi e religiose» (AD 24). Con questa opzione di fondo, Don Alberione decise che la sua opera entrasse a far parte dell’amplissimo corso multisecolare della vita religiosa, un patrimonio immenso nella vita intensa della Chiesa, di cui egli aveva avuto conoscenza diretta, palpando quasi con mano diverse realizzazioni. Egli annota (cf. AD 36) che nel periodo delle vacanze estive faceva gli Esercizi presso qualche Istituto religioso e cercava di avvicinare i Superiori per rendersi conto di come funzionasse quella casa.6 Per provvidente grazia di Dio, Don Alberione ha potuto contare con i consigli e gli esempi immediati di persone sante e sperimentate al riguardo: don Michele Rua, primo successore di don Bosco, don Leonardo Murialdo, il canonico Giuseppe Allamano, e col sostegno ininterrotto del suo direttore spirituale il canonico Chiesa. Aveva quindi dinanzi a se in certo modo tracciata la strada, trovava pronti i binari sui quali far scorrere la sua nascente opera.
Evidentemente, Don Alberione, al meno all’inizio, deve muoversi entro l’alveo della vita religiosa così come allora la si considerava per tradizione secolare, alquanto riduttiva e in gran parte incentrata sulla disciplina, distinguendo –come faceva il Diritto Canonico vigente a quei tempi– un duplice fine: –– quello riguardante i religiosi stessi (linea della fuga mundi, il convento come rifugio o asilo d’innocenza oppure come casa di penitenza: cf. VCG p. 36 = SVP 27-28), con forte accentuazione circa la perfezione personale, la ricerca della santità, fare il bene a se stessi (e qui ci stava tutta la trattazione sull’ascetica, la mortificazione, la pietà per molti versi individualista, ecc.); e –– quello in certo modo aggiunto, secondario, riguardante le anime in generale, la finalità apostolica (fare del bene agli altri: il convento come piattaforma per costituire centri di formazione di operai evangelici: Cf. VCG p. 37 = SVP 30). Di per se, ambedue i fini potevano essere considerati come un tutt’uno. Il Diritto Canonico però insisteva su una certa linea divisoria, una graduatoria, e di ciò si fa eco Don Alberione, quasi con lo stile di una scuola di catechismo per principianti: «Secondo il Diritto Canonico, qual è il fine primario dello stato religioso? Il fine primario dello stato religioso è questo: che i membri possano attendere alla propria santificazione nella vita comune, secondo i consigli evangelici: questo basta a costituire l’essenza dello stato religioso. Quanto poi al lavoro di apostolato, appartiene al fine secondario, non al principale» (VCG p. 44 = SVP 40).7 In

-----------------------------

6 A Don Alberione, attento osservatore, non gli sfuggono gli angoli oscuri che si possono trovare in quelle case. Con acuto senso realista fa notare: «Vi possono essere tre concetti dello Stato religioso: il concetto che lo Stato religioso sia una condizione di tranquillità, oppure che lo Stato religioso sia uno stato di sacrificio soltanto, oppure che lo Stato religioso sia uno stato di perfezione. Qual è il concetto che abbiamo noi?» (VCG 48 = SVP 48). Evidentemente a lui non soddisfano né il primo né il secondo concetto, e punterà in modo deciso unicamente sul terzo. 7 Questa duplice finalità viene fatta derivare sia dallo stesso Gesù Cristo, che avrebbe istituito lo stato religioso (sulla scia del canto degli angeli a Betlemme) per dare la maggior gloria a Dio Padre e per procurare alle anime la maggior pace; e dalla Chiesa attraverso una legislazione propria, morale, canonica, liturgica circa lo stato religioso, che è andata via via migliorando lungo la storia (cf. VCG pp. 33-36 = SVP 21-27). L’applicazione al nostro caso diventava palese, come può vedersi nell’affermazione seguente (reperibile in tanti altri testi alberioniani): «Tra le varie forme di vita religiosa, vi è la nostra, vi è quella paolina: la quale, da una parte, è la ricerca di una grande santità, cui ci invita il nostro Padre e Protettore san Paolo; dall’altra, è l’apostolato [con i mezzi più efficaci e più celeri]» (RSP p. 50 = RSp 32).

4

pratica, c’erano da una parte gli elementi “comuni” a tutti i religiosi; dall’altra, i tratti specifici di ogni Istituto, variabili e perciò secondari, non essenziali.
Arrivati a questo punto, quando cioè Don Alberione imbocca la strada della vita religiosa per veicolare la sua intuizione di apostolato, possiamo vedere come descrive egli la vita consacrata e come cerca di adoperarla per portare avanti il proprio carisma, inserendolo nella grande corrente, per potenziarlo.

a) Indirizzi nel solco della tradizione

Richiamiamo subito qui alcuni principi alberioniani, molto concreti, sulla vita consacrata, che sono senz’altro spinte costruttive ma, allo stesso tempo, frutto ormai dell’esperienza, cioè del vissuto, in primo luogo dello stesso Fondatore, e poi anche dell’atmosfera che era riuscito a creare nelle sue case o focolari.8 Facciamo scorrere alcune affermazioni al riguardo:
– “La vita religiosa è vita cristiana ad alta tensione” (UPS I-226), nel segno del fervore, radicata nelle profondità del Vangelo (ivi, 55): una carica di amore da distribuire agli altri, una volta adattata; un vaso che trabocca; un cammino di trascendenza (ivi, 258; 224s); implica una crescita profonda della persona (l’uomo pastore dell’essere; siamo padri di noi stessi con la nostra libera disponibilità, diceva san Gregorio di Nissa; nel polo opposto, c’è il fiasco esistenziale: «Gli empi invocano su di se la morte»: Sp 1,16; «Come pecore sono avviati agli inferi, sarà loro pastore la morte»: Sl 49,15).
– “La vita religiosa (paolina) è vita di sintesi” (AD 23): tra efficienza (cioè buon uso dei mezzi, della tecnica; organizzazione) ed efficacia (profondità evangelica; consacrazione).
– “La vita religiosa, progetto contagioso” (ivi, 85): l’impegno vocazionale ad esempio di Gesù, che cercò, chiamò, formò i discepoli, e ad esempio degli stessi primi apostoli che si comunicarono gli uni agli altri la “scoperta” del Maestro (cf. Gv 1,35-42: AndreaPietro; FilippoNatanaele).

– “La vita consacrata è radicata nell’amore” (Doc. Cap. SSP 19; cf. UPS, IV-213; 215; I-281) con i tre servizi intrecciati (vita religiosa, vita comunitaria, apostolato). Tutto ciò comporta attenzione alla chiamata di Dio, fedeltà, coerenza, superare le difficoltà (ogni periodo ha avuto le sue: “gli incerti del mestiere”), con grande fiducia e seguendo i modelli: Cristo, Maria, Paolo (l’esempio di costui viene rimarcato fortemente: l’Apostolo vive la sua consacrazione con la consapevolezza di una certa singolarità entro il gruppo dei fedeli)... e i nostri maggiori, tutti quelli cioè che ci hanno preceduto in questo genere di vita.
Vediamo già, a partire da queste pennellate sintetiche ma emblematiche, come Don Alberione assume e valorizza tutti gli elementi propri della vita consacrata dinamizzandoli. Passeremo ora in rassegna ognuno di tali elementi essenziali, comprovando anche le sottolineature apportate da Don Alberione.9

-----------------------------

8 Non c’è da meravigliarsi sul fatto che nel presentare la vita consacrata Don Alberione sia debitore alla concezione dello stato religioso, soprattutto riguardo alla disciplina, tributaria delle fonti canoniche del tempo. Ma egli saprà presentare dei parametri allargati e rileverà in modo netto gli elementi essenziali appartenenti a questo genere di vita nell’insieme della Chiesa. Insisteva, ad esempio sulla spiritualità apostolica, presentandola come più esigente di quella dei “conventi” e rifacendosi sempre allo spirito evangelico, allo zelo di Paolo, alla libertà responsabile, ecc.
9 «La Chiesa ritiene essenziali alcuni elementi, senza i quali non si dà la vita religiosa: la chiamata di Dio e la consacrazione a lui mediante la professione dei consigli evangelici con voti pubblici; una forma stabile di vita comunitaria. Per gli istituti dediti alle opere di apostolato si aggiunge pure una partecipazione alla missione di Cristo mediante un apostolato comunitario, fedele al particolare carisma originario e alla sana tradizione. Essenziali per la vita di tutti i religiosi sono ancora: la preghiera comunitaria e personale, la pratica ascetica; la testimonianza pubblica; un rapporto specifico con la Chiesa; la formazione permanente; una forma di governo che esiga un’autorità religiosa basata sulla fede» (Elementi essenziali, 31 maggio 1983).

5

Leggi tutto sfogliando il testo